lunedì 6 aprile 2009

AZIONISTI E DOMANDA DI COMUNICAZIONE

E' nei confronti degli azionisti che il sistema legislativo pone dei vincoli di tutela e di obbligo di comunicazione economico-finanziaria che l'impresa deve assolvere.


Traggo spunto da quanto scritto da Elisabetta Corvi sugli Azionisti nel suo libro "Comunicazione di Impresa ed Investor Relations" per aggiungere alcune mie considerazioni.


Gli azionisti sono portatori di interessi solo apparentemente omogenei e richiedono differenti bisogni informativi. Procedendo infatti ad una loro sottosegmentazione, è possibile trovare due classi di interessi differenti: gli azionisti di maggioranza e gli azionisti di minoranza.

Agli Azionisti di Maggioranza compete il ruolo fondamentale della determinazione ed attuazione delle strategie aziendali, di conseguenza, essi sono anche responsabili della produzione della maggior parte delle informazioni aziendali emesse. Ne consegue quindi che il bisogno di informazioni da parte degli azionisti di controllo è pressochè irrilevante per la politica di comunicazione economico-finanziaria dell'impresa, sia quando gli azionisti di maggioranza ed i vertici dell'azienda non coincidono (come avviene nelle public company, intese come large cap) sia per le asimmetrie informative che si possono verificare che favoriscono il top management dell'impresa, poichè gli azionisti di maggioranza, rivestendo un ruolo privilegiato, possono sempre richiedere ed ottenere informazioni integrative.

L'estrazione degli Azionisti di maggioranza può essere di natura finanziaria o di natura industriale.

  • Sono Azionisti Finanziari coloro che rientrano nella categoria degli investitori istituzionali (banca d'affari, venture capital, fondi, etc). Se la politica di investimento degli azionisti finanziari sarà di lungo periodo non si verranno a creare problemi di asimmetria informativa in quanto gli obiettivi dell'impresa e gli obiettivi dei suoi azionisti tenderanno a coincidere essendo questi rivolti alla massimizzazione del valore del capitale economico. Se la politica di investimento sarà invece di breve periodo, l'azionista andrà alla ricerca del maggior numero di informazioni possibili.
L'informativa richiesta dagli azionisti finanziari sarà un'informativa particolarmente tecnica e specialistica con un'elevata frequenza di flussi informativi.

  • Sono Azionisti Industriali, coloro che generalmente, attraverso un'impresa industriale, controllano un'altra impresa secondo logiche di Gruppo.
Anche in questo caso la comunicazione è rilevante per gli azionisti di minoranza e non per quelli di maggioranza.

Gli
Azionisti di Minoranza possono invece esprimere fabbisogni informativi assai differenti. Anche tra gli azionisti di minoranza possiamo trovare le categorie degli azionisti finanziari o degli azionisti industriali, ma prevalentemente si troveranno piccoli azionisti o HNWI.
Anche per questa categoria di azionisti, sarà rilevante la filosofia di investimento, che caratterizzerà la distinzione tra azionisti più o meno interessati alle vicende societarie (azionisti attivi ed azionisti dormienti) e fra azionisti con visione di lungo periodo (cassettisti) ed azionisti-speculatori.

Premesso che, la comunicazione finanziaria nei confronti degli azionisti, siano essi di maggioranza, di minoranza o nei confronti di terzi dovrebbe essere sempre impostata alla maggiore trasparenza, quando l'azionista di minoranza svolge un ruolo attivo, è indispensabile da parte di chi controlla l'azienda, impostare rapporti di assoluta trasparenza e correttezza al fine di ottenere non solo consenso, ma collaborazione e fiducia.
Gli azionisti "dormienti" (o cassettisti) saranno invece più interessati alla redditività dell'impresa nel tempo e si limiteranno pertanto a percepire i dividendi, o saranno attratti dai Capital Gains ottenibili dalla crescita dei valori delle azioni da essi detenute nel tempo. Quando il loro obiettivo sarà invece di breve periodo, essi rientreranno nella categoria degli azionisti di minoranza cosiddetti "speculatori" manifestando pertanto una domanda di informazioni riservate sugli andamenti aziendali da sfruttare opportunamente nei mercati borsistici.
Mentre la speculazione è utile per garantire liquidità ai titoli azionari,
un eccesso di speculazione può dar luogo a fenomeni devianti che possono produrre effetti negativi per l'impresa anche nel lungo periodo.
Pertanto, mentre la domanda di informazioni proveniente dagli azionisti speculatori non sarà "interessante" per l'azienda, il bisogno informativo degli azionisti "dormienti-cassettisti" andrebbe assecondato e soddisfatto dall'azienda instaurando con essi un rapporto diretto poichè questa categoria di azionisti rappresenta un fattore importante di stabilità dell'assetto proprietario e del titolo. I piccoli azionisti infatti, se opportunamente informati e convinti, assecondano con fedeltà lo sviluppo aziendale attraverso la sottoscrizione degli aumenti di capitale, e come operatori dei mercati primario (nuove emissioni) e secondario, costituiscono, con il loro comportamento, il segnale più significativo della credibilità e della validità intrinseca dell'impresa quotata.

Gli obblighi di comunicazione finanziaria che un'impresa quotata è chiamata ad assolvere sono quindi principalmente diretti ad informare e tutelare i piccoli azionisti ed i terzi.








mercoledì 11 febbraio 2009

LA VOLATILITA' DEI MERCATI PROVOCA CAMBIAMENTI NEI COMPORTAMENTI DELLE INVESTOR RELATIONS SOCIETARIE


Secondo il nuovo survey della Bank of New York Mellon sulle attività di Investor Relations a livello mondiale, le preoccupazioni sul credito stimolano cambiamenti nei contenuti della comunicazione ed incrementano la comunicazione delle società con gli analisti.


Le società, a livello mondiale, stanno orientando diversamente le loro strategie nelle Investor Relations per fronteggiare al meglio la crisi del credito e la forte volatilità registrata negli ultimi 18 mesi dal mercato azionario, che hanno portato ad incrementare la comunicazione con analisti e gestori.

E’ quanto si desume dall’ultimo rapporto annuale Global Trend in Investor Relations della Bank of New York (BNY) Mellon, leader mondiale nell’asset management e nei servizi mobiliari.

Sviluppato come strumento di benchmanking per clienti delle depositary receipts, il rapporto è il frutto di un survey condotto da BNY Mellon in collaborazione con l’US National Investor Relations Institute (NIRI). I risultati si sono avvalsi del contributo di 270 società in 42 paesi ed evidenziano come le società quotate gestiscono le attività di Investor Relations (IR) nell’attuale clima economico, includendo le modalità di accesso all’investitore, la comunicazione e la sua completezza, i rapporti con i brokers, l'approccio al "sell side" e le problematiche dei costi.


Il campione di società che hanno risposto al survey è così ripartito:

a) per capitalizzazione (in USD):
· 7% mega Cap (oltre 25 miliardi)
· 25% large Cap (da 5 a 25 miliardi)
· 31% mid Cap (da 1 a 5 miliardi)
· 26% small Cap (da 150 milioni a un miliardo)
· 11% micro Cap (fino a 150 milioni)

b) per distribuzione geografica:
· 31% Nord America
· 24% Europa Occidentale
· 19% Asia-Pacifico
· 16% EEMEA (Paesi emergenti europei, Medio Oriente e Africa)
· 10% America Latina

Dal rapporto si evidenzia quanto segue:


  • il 90% degli intervistati ha incrementato o ha mantenuto lo stesso livello di comunicazione con analisti ed investitori a causa dell’aumento della volatilità del mercato negli ultimi 18 mesi. Più della metà degli intervistati ha dichiarato di aver implementato la comunicazione;

  • le società finanziarie sono state quelle che maggiormente hanno incrementato la comunicazione (67%) rispetto alle società degli altri settori. Le stesse società finanziarie hanno dichiarato, nel 65% dei casi,di aver anche modificato l’orizzonte temporale di prospettiva sul business;



  • l’attenzione principale degli analisti nel 2008 ha riguardato le preoccupazioni sul credito (66%) seguita dalla prospettiva temporale sul business (50%) e dal contenimento dei costi (50%);



  • il Nord America è stata la regione nella quale le preoccupazioni sul credito hanno maggiormente prevalso (73% dei casi), seguita dall’Europa Occidentale (70%) e dall’area Asia-Pacifico (54%);



  • l’89% delle società intervistate partecipa ad incontri con gli hedge-funds avvalendosi dell’intermediazione dei brokers. Il 52% di queste società dichiara che la tipologia di hedge funds incontrati è ritenuta adeguata, sia in termini di dimensione societaria e di stile di investimento, mentre il 21% delle società sostiene che i brokers procurano loro incontri con fondi troppo piccoli o troppo aggressivi o con turnover troppo elevato. Il 27% degli intervistati dichiara di non conoscere, o di non avere sufficienti informazioni, per dare un giudizio sulla qualità dei managers degli hedge-funds;



  • soltanto la metà delle società del settore finanziario, che hanno preso parte al survey, hanno l'abitudine, per politica interna di redigere un documento scritto sulla gestione della crisi, rispetto ai due terzi delle società del settore energetico che lo producono. In termini geografici, il 60% delle società appartenenti alle aree Asia-Pacifico, America Latina, Est-Europa e Medio Oriente non redigono programmi di comunicazione scritti sulla gestione della crisi, mentre il 52% delle società dell’Europa Occidentale ed il 46% delle società nord-americane lo producono;



  • il 47% degli intervistati ha dichiarato di avere un budget per le IR compreso tra 250.000 ed un milione di USD, mentre per il 21% il budget supera il milione di USD;



  • a livello mondiale gli Stati Uniti rappresentano la destinazione maggiormente frequentata per i roadshows, coprendo il 52% del tempo complessivo ad essi dedicato. Non considerando le risposte delle società nord-americane, gli Stati Uniti rappresentano comunque la destinazione principale, occupando il 36% del tempo dedicato ai roadshow dalle rimanenti società (in crescita rispetto al 32% del 2007);



  • le società statunitensi sono poco propense ad organizzare roadshow al di fuori del loro mercato: il 93% dedica le proprie attività al mercato interno e le aziende restanti prevalentemente si orientano sul mercato UK;



  • nei due terzi dei casi agli incontri con analisti ed investitori partecipa il senior management delle società, mentre nel 51% dei casi gli incontri vedono la presenza sia del senior management che dell’IR. Il comportamento cambia nelle mega e large cap, nelle quali il team delle IR partecipa alla totalità degli incontri e li conduce da solo nel 65% dei casi (mega) e nel 47% (large);


  • circa il 70% degli intervistati è al corrente del conflitto di interesse riguardante i brokers a causa della loro attenzione primaria verso le commissioni di intermediazione. Ciò nonostante, in media, il 73% degli intervistati dichiara di avvalersi dei brokers e, in generale, delle strutture sell side per l’organizzazione degli incontri;


  • per il 2009 gli intervistati delle mega cap cercheranno di incrementare l’accesso agli investitori avvalendosi di più del team interno alle loro IR (40%) o delle strutture della loro banca depositaria (35%);


  • il 45% degli intervistati ha dichiarato che la qualità delle ricerche sell side sulle loro società si è attestata allo stesso livello dei due anni precedenti, mentre il 24% ha evidenziato un calo della qualità.

Il survey evidenzia inoltre:

tre obiettivi principali perseguiti dalle strutture di Investor Relations per il periodo 2008-2009:
1) efficacia della disclosure nella comunicazione (51%);
1) maggiore partecipazione ai processi decisionali e strategici della loro società (34%);
3) diversificazione della base dell’azionariato (33%);

e tre variabili per monitorare l’efficienza di una struttura di Investor Relations:
1) feedback informali provenienti dalla comunità finanziaria (55%)
2) utilizzo più efficiente del tempo del senior management (43%)
3) numero degli incontri one-on-one con la comunità finanziaria (36%)


Il rapporto completo è disponibile on-line su www.bnymellon.com/dr.




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Fonte: The Bank of New York Mellon Corporation (estratto) 2 febbraio 2009
Traduzione e sintesi a cura di Nicola Fiore, Associate Partner Polytems Hir

venerdì 30 gennaio 2009

PERCHE' GLI INVESTITORI HNWI PER LE SOCIETA' SMALL CAP

Un buon programma di IR per società small cap dovrebbe evitare (o limitare al massimo) gli investitori speculativi e concentrarsi, oltre che su investitori istituzionali che gestiscono fondi small cap, anche su investitori HNWI (High Net Worth Individual) poichè si riveleranno, per la Società, una solida base ed un investimento vitale.


Gli HNWI sono fondamentali nell’ accrescere il valore per gli azionisti:


1. Infatti tendono a mantenere il possesso delle azioni per un periodo più lungo rispetto agli investitori istituzionali creando quindi la porzione più stabile della base degli shareholders;


2. In caso di instabilità dei mercati finanziari gli HNWI aiuteranno la società a sostenere il prezzo del titolo ed a mantenerlo stabile;


3. Saranno anche i primi ad incrementare la loro partecipazione nella società, acquistando ulteriori azioni, in caso di aumento di capitale, se la società sa dimostrare la sua capacità nel perseguire i programmi societari e nell’aumentare il valore per gli azionisti;

Il modo più efficace per entrare in contatto con gli HNWI avviene attraverso i gestori di grandi patrimoni che lavorano da lungo tempo con gli HNWI.

In un settore complesso e segmentato composto da numerosi players con profili di competenze, capacità d'investimento e di gestione diverse, creare un elenco di brokers retail è faticoso e può rivelarsi dispersivo per coloro che non conoscono perfettamente il mercato finanziario e la sua segmentazione.

Un Consulente di IR può facilitare tale processo.



di Bianca Fersini Mastelloni, Amministratore Delegato di Polytems Hir

giovedì 29 gennaio 2009

LA COMUNICAZIONE FINANZIARIA COME FATTORE DI CREAZIONE DI VALORE NELL'AFTER MARKET DI SMALL E MEDIUM CAPS


La comunicazione finanziaria si è affermata, negli ultimi anni, come strumento di società quotate, soprattutto di piccole e medie dimensioni (small e medium caps), indispensabile per migliorare, consolidare o rettificare la loro visibilità ed affermare la loro credibilità sul mercato finanziario, con l’obiettivo primario di influenzare positivamente i destinatari della comunicazione stessa (e così la comunità economico-finanziaria) e produrre in questi un cambiamento di atteggiamento.

La comunicazione finanziaria consiste nell’insieme delle comunicazioni effettuate dalla società circa l’evoluzione dell’assetto reddituale, finanziario e patrimoniale, delle scelte strategiche, volte a migliorare le relazioni con la comunità finanziaria attraverso una corretta, tempestiva e coerente informazione.


Si tratta quindi di un processo inteso a coordinare ed integrare i flussi comunicativi aziendali e della distribuzione di informazioni sulle attività dell’azienda e sugli eventi che possono influenzare i corsi (price sensitive events) quali risultati, investimenti, progetti futuri, operazioni di M&A, operazioni di finanza straordinaria, ecc; processo che mira a migliorare l’immagine, la comprensione e la trasparenza delle attività della Società emittente nei confronti di coloro i quali possono poi investire nel titolo, siano essi Investitori istituzionali (sell-side o buy-side) o Investitori retail.


Come in tutti i processi comunicativi, anche nella comunicazione finanziaria c’è alla base la volontà di provocare un cambiamento positivo nei destinatari della comunicazione, nel caso di società quotate: la comunità economico-finanziaria. Cambiamento misurabile sulla base dei comportamenti adottati dai destinatari della comunicazione a seguito dei messaggi ricevuti (aumento del coverage di un titolo, aumento degli scambi, maggior numero di pubblicazioni sul titolo……..). Laddove quindi la comunicazione non produca effetti, si sono verificati errori e/o interferenze nel processo di comunicazione attivato che devono essere rettificati al più presto. Infatti non si ha comunicazione corretta se questa non influenza positivamente il destinatario del messaggio producendo in quest’ultimo un cambiamento di atteggiamento favorevole alla società emittente.


I titoli small e medium caps italiani sono caratterizzati da capitalizzazioni ridotte e bassi flottanti sul mercato, che scoraggiano e condizionano l’investimento degli investitori istituzionali; questi a loro volta presentano una propensione all’investimento in fondi small e medium caps tra le più basse d’Europa. Per gli investitori istituzionali, seguire una small o medium cap è equivalente, ed in alcuni casi più difficile ed oneroso, che seguire una large cap: ci vogliono analisti esperti, conoscenze settoriali, mancano per le small caps studi di settore di appartenenza a livello internazionale, e tutto ciò ha la stessa complessità ed un costo superiore rispetto ad una società di maggiore capitalizzazione. La gran parte delle small caps infatti opera in mercati di nicchia. La tendenza all’investimento nelle large caps è anche influenzata da una maggiore richiesta di tali titoli e dalla disponibilità di elevati flottanti sul mercato necessari a transazioni di volumi di scambi maggiori e più adeguatamente remunerativi per gli investitori istituzionali. C’è da aggiungere inoltre che in Italia il numero di fondi specializzati sulle small cap è piuttosto esiguo e che queste vengono frequentemente percepite dagli operatori come titoli con una maggiore propensione al rischio e comunque con una maggiore alea economica. In tale contesto, la selezione per l’investimento in società di piccole e medie dimensioni anche da parte degli investitori istituzionali specializzati diviene particolarmente rigorosa e le scelte sono sovente influenzate oltre che dalle performance societarie, da peculiari caratteristiche di attrattività. Non si rivela pertanto semplice per le small e medium caps italiane emergere nel listino di Borsa con performance costanti che portino ad accrescerne la notorietà ed il valore dei titoli. Le società di piccole e medie dimensioni infatti avvertono come urgente la necessità di maggiore visibilità per poter rientrare nella selettiva scelta d’investimento degli investitori.


La comunicazione finanziaria after-market (comunicazione al mercato finanziario dopo la quotazione) diviene pertanto fattore chiave di differenziazione strategica della politica societaria diretta alla comunità finanziaria il cui obiettivo primario deve essere: Fidelizzare, stabilire cioè un solido rapporto di fiducia con il pubblico così da accrescere il valore dell’impresa e la sua competitività sul mercato. Scopo della comunicazione finanziaria in sede di IPO è quella di comunicare al mercato le performance future dell’emittente che, in base alle caratteristiche intrinseche dell’azienda e del suo settore di appartenenza, e sulla base dei risultati ottenuti nel passato, siano ragionevolmente prevedibili allo scopo di ottenere la corretta percezione del mercato e di conseguenza l’esatto posizionamento nel listino senza incorrere in errate valutazioni che penalizzerebbero drasticamente la società ed i suoi azionisti. Mentre con la comunicazione after-market si mira a sviluppare ed a consolidare il rapporto creato in fase di collocamento aggiornando gli operatori del mercato sulle attività della società, sui progetti futuri, sui fatti rilevanti, etc. creando solide relazioni di fiducia con la comunità finanziaria nel pieno rispetto delle regole di trasparenza imposte dalle Autorità di controllo e gestione del mercato. La comunicazione after-market, soprattutto nei momenti di congiuntura negativa è un fondamentale strumento per monitorare e stabilizzare il consensus della comunità finanziaria e/o rettificare l’opinione negativa (o non aderente alle caratteristiche della società) che la stessa potrebbe aver maturato su una società e garantire successivamente all’impresa, la possibilità di ritorno al mercato come strumento di finanziamento di operazioni di finanza straordinaria future (quali nuovi incrementi di capitale). Tutto ciò al fine di ridurre i possibili gap istituzionali o di mercato, sviluppare una maggiore visibilità della Società, per ridurre la volatilità del titolo ed ampliarne il range di copertura.
Trasparenza e continuità nella comunicazione intervengono in aiuto della società nei momenti di maggiore difficoltà, quando cioè le performance aziendali non sono particolarmente positive ed il mercato finanziario ha comunque necessità di essere informato. E’ importante gestire accuratamente le informazioni e sapere come e quando comunicarle. Gli investitori ragionevolmente non penalizzeranno il corso del titolo anche a seguito di una trimestrale negativa se questi sono stati fidelizzati da una linea di condotta aziendale trasparente che abbia sempre privilegiato una comunicazione eccellente, attenta e tempestiva. Sono numerose in Italia le Società quotate che si trovano ancora oggi in una fase delicata: passare dalla comunicazione dovuta (obbligatoria) alla comunicazione finanziaria volontaria che prevede maggiore ampiezza della comunicazione, frequenza e qualità dell’informazione, pluralità degli strumenti utilizzati. La comunicazione dovuta non è sufficiente a garantire il corretto posizionamento e l’attrattività del titolo, né a garantire alla comunità economico-finanziaria un’ informazione approfondita sull’azienda e sul funzionamento dei meccanismi aziendali e/o del suo mercato, che sono invece garantiti dal contatto diretto tra azienda ed operatori finanziari, informazione che diviene di primaria importanza per la decisione d’investimento. Per una comunicazione d’eccellenza quindi, oggi gli obblighi informativi non bastano: si deve fare di più e meglio degli altri, altrimenti, dopo gli entusiasmi iniziali dell’IPO, si rischia di lasciar affievolire l’interesse e di vedere il proprio analista “correre dietro” ad un’altra azienda. Quindi, il permanere con successo in Borsa di un titolo small e medium cap passa attraverso la definizione di una strategia pertinente, estesa anche agli azionisti di minoranza, sintesi di sinergie congiunte tra l’Azienda, lo Specialist del mercato e la Società di Comunicazione, che prende in esame la natura del titolo stesso, segmenti di mercato e sottosegmenti di mercato ad alta specializzazione, sia a livello nazionale che internazionale.


Imperativo della comunicazione after-market è dunque quello di stabilire un rapporto continuativo con la comunità finanziaria attraverso un piano di comunicazione articolato, che miri a creare valore aggiunto misurabile per l’azienda ed i suoi azionisti, che posizioni adeguatamente il titolo sul mercato finanziario ed influenzi positivamente la comunità finanziaria producendo in questa un cambiamento favorevole nei confronti dell’azienda in grado di costruire un rapporto di fiducia tra la società quotata e gli Investitori: siano essi Investitori Istituzionali o Investitori retail.




Bianca Fersini Mastelloni, Amministratore Delegato di Polytems Hir

"INFORMATION FLOW IS MOSTLY IMPORTANT THAN CASH FLOW"


Da una provocazione uno spunto di riflessione



Come comunicatori non si può non amare questa definizione che sintetizza in poche righe come il flusso informativo di un'azienda abbia almeno la stessa importanza e lo stesso valore del cash flow aziendale. Entrambi sono necessari all'azienda ed entrambi, in maniera diversa, producono valore.

Ma d'altro canto, sotto l'aspetto aziendale, non può che essere intesa e vista come una provocazione.

Che sia una definizione dei consulenti della Enron? No, preferisco pensare invece che sia solo un modo per far capire alle imprese che la comunicazione deve essere considerata come un fattore strategico capace di creare valore per l' azienda e per i suoi azionisti.




di Bianca Fersini Mastelloni, Amministratore Delegato di Polytems Hir

lunedì 26 gennaio 2009

COSA DOBBIAMO SAPERE SUL RISCHIO/RITORNO DELLE AZIONI MICROCAP

Quando le attività di Investor Relations mirano ad attrarre investitori individuali, le società small e micro-cap, devono essere consapevoli delle caratteristiche nelle quali rientra la propria società.


Il termine microcap riguarda società quotate con una capitalizzazione di mercato inferiore ai 150 milioni di US$ (*), che possono essere classificate, in investimenti growth (in crescita) o investimenti value (in cui il valore è già stato espresso) o in entrambe.

L'investor relator ed il top management della società devono essere consapevoli che:

1. Per la loro classificazione in relazione all'investimento è necessario considerare sempre il ciclo di vita in cui si trova in quel momento la società, che può essere inserita, dagli investitori, tra le aziende growth o le aziende value.

2. I bassi flottanti delle società micro-cap impattano sempre sul loro valore azionario.

3. Il rischio/ritorno delle azioni microcap le classificano come un investimento inappropriato per molti piccoli investitori.

4. La ricerca quantitativa indica che il ritorno sulle azioni è sempre proporzionato al rischio del titolo che si possiede.

5. Le ricerche indicano anche che il ritorno sulle azioni microcap va spesso nella direzione opposta dei ritorni dati dai titoli di grandi capitalizzazioni.

Pertanto le attività di Investor Relations dirette ad investitori individuali dovrebbero focalizzarsi sulla ricerca di Investitori High-Net-Worth Individuals e di conseguenza dei loro Advisor.

Quanto segue è la sintesi di una ricerca effettuata negli USA che sostiene questa tesi (**).

Il top management di una società ad elevata crescita deve considerare le azioni della Sua società nel contesto del mercato dei capitali, e sapere che l’appeal della sua Società è sempre visto in relazione con altri investimenti azionari.

Il mercato finanziario è molto segmentato e numerosi sono i player presenti. Ci sono molti advisor di investimenti e molti gestori di fondi che vedono le società in crescita come investimenti alternativi alle grandi capitalizzazioni o ai bond. Molti Advisor di investimenti assegnano alla categoria delle microcap lo stesso elevato rischio/ritorno che assegnano sia agli high-yeld bonds che ad alcuni tipi di hedge funds.

Detto questo, non tutti i gestori di fondi investono in azioni microcap e non tutti gli investitori individuali sono un target appropriato per le attività di Investor Relations di società microcap. Infatti, negli USA esistono numerose ricerche a supporto del fatto che il più vitale, target di investitore individuale per società microcap, sia l’HNWI (High-Net-Worth Individual).

Nell'investimento azionario bisogna sempre ricordare che si incorre in un ritorno proporzionato al rischio. Più elevato è il ritorno, più elevato è il rischio.

Generalmente le azioni microcap sono considerate dagli investitori istituzionali molto più rischiose delle azioni di società a larga capitalizzazione. Pertanto, le azioni micro e small cap, non sono titoli in cui devono investire persone con un limitato patrimonio, persone inesperte, con bassa propensione al rischio e non sono azioni sulle quali puntare tutta la propria fortuna. Non sono titoli adatti a speculazioni o facili guadagni, a meno che non si rientri nella categoria dei trader professionisti o degli investitori istituzionali. La verità è che le azioni microcap sono relativamente rischiose, in alcuni casi speculative e sono, quasi sempre, da considerarsi come investimenti di medio-lungo periodo. Esse sono un ragionevole ed appropriato asset-class per persone con un buon patrimonio ed una discrezionale capacità di investimento (HNWI).

Benchè le azioni di società microcap siano conosciute anche come investimenti alternativi, gli appassionati di questi titoli affermano che tali azioni sono attraenti perché si tratta generalmente di titoli capaci di crescere potenzialmente più di altri. Essi ritengono anche, che questa prevalente inefficienza del mercato fornisca una reale possibilità di diversificazione in una strategia di investimento che differisce per capitalizzazioni di mercato. Ciò presuppone alcune significative differenze nelle performance di mercato dalle azioni a capitalizzazione più ampia.

Il
fatto che numerose microcap non paghino dividendi semplifica la considerazione per cui il ritorno delle azioni microcap va contro tendenza con il ritorno delle azioni a più larga capitalizzazione. Quello che non semplifica la discussione riguarda invece i costi di transazione sugli investimenti in microcap che sono piuttosto elevati.

I costi di transazione ed i risultati sulla liquidità di flottanti ridotti accrescono e complicano ogni sfida per gli Investor Relator di titoli microcap. Alcune ricerche evidenziano infatti come anche il ritorno di portafoglio risenta dei costi di transazione.

Nel 1998 il Plexus Group,(**) una società di consulenza di Los Angeles, completò una estesa ricerca confermando che i costi di transazione applicati alle azioni di società a capitalizzazione più piccola erano molto più elevati dei costi che venivano applicati al trading di azioni a più elevata capitalizzazione. Lo studio confermava anche che lo stile d’investimento degli investitori poteva influenzare i costi di transazione, come anche le fees di brokeraggio.
Gli investitori di large cap godono di vantaggiosi costi di transazioni, mentre gli investitori in small cap sostengono costi di transazione più alti rispetto agli investitori di large cap, e gli investitori di microcap subiscono i costi più elevati di qualsiasi altro investitore.

Negli USA, gli studi sul rendimento azionario utilizzano i dati compilati dal Center for Research in Securities Prices (CRSP) che effettua comparazioni relative tra titoli di differenti capitalizzazioni. I dati delle capitalizzazioni di mercato del CRSP sono organizzati in decili. Prendendo a riferimento tutte le azioni del NYSE (escludendo REIT (Real Estate Investment Trust), ADR ed i fondi chiusi) e dividendoli in decili per capitalizzazioni di mercato si crea il CRSP decili cui vengono aggiunte anche le azioni del NASDAQ e dell’AMEX. Le azioni a più larga capitalizzazione rientrano nei decili 1 e 2. Le Microcap nei decili 9 e 10.

Negli ultimi anni ’70, Rolf W. Banz all’Università di Chicago iniziò a studiare il ritorno sulle azioni basate sulla loro capitalizzazione di mercato. La sua ricerca suggerì che, anche dopo l’aggiustamento per il rischio, le azioni small cap sembravano performare meglio delle azioni a larga capitalizzazione. Banz ed i suoi colleghi successivamente pubblicarono un quaderno in cui affermavano che le azioni delle più piccole capitalizzazioni di mercato dei decili CRSP avevano generato un ritorno del 5% più elevato rispetto ai rendimenti delle azioni di capitalizzazioni più ampia, sullo stesso orizzonte temporale. I ricercatori, hanno attribuito questo eccesso di profitto al premio di rischio per il possesso di azioni small cap. Tale osservazione fu discussa tra gli accademici nel contesto del Capital Asset Pricing Model (CAPM) ed è conosciuto come l’effetto dimensione.
Gli investitori in società small cap - incluse le micro-cap - citano sempre questi studi.

Come già accennato, il ritorno sui titoli di società microcaps va in senso inverso ai titoli di società a larga capitalizzazione.
Il motivo di questo comportamento risiede nel fatto che i titoli microcap sono gli ultimi titoli ad essere scambiati, perché gli investitori ritornano alle microcap quando si accorgono che le azioni a larga capitalizzazione sono sopravvalutate. Esse sono le ultime azioni ad essere vendute in un mercato che scende perché gli investitori sono restii a vendere le loro azioni meno liquide a dispetto di un mercato di compratori. Ci riferiamo naturalmente ad investitori che operano sulle azioni microcap con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo.

Quindi il miglior ingrediente per fornire i titoli microcap di liquidità e scambi stabili e continui è creare un'ampia base di HNWI. Il tempo impiegato nell'individuare, contattare e sensibilizzare gli Advisors di questo gruppo di investitori è un investimento necessario.
Tali stockbrokers possono rivelarsi inoltre una delle migliori linee di difesa, e dei buoni alleati, quando congiunture di mercato negative o risultati periodici poco brillanti, deprimono il prezzo delle azioni. Essi possono trasformarsi in una leva comunicativa influente, poiché capaci di fornire ai loro Clienti interpretazioni di eventi macro e microeconomici, a sostegno del titolo.



(*) Fonte: BNYMellon (survey febbraio 2009)
(**) Fonte: Bloomberg, Investor Relations

Traduzione e libero adattamento di Bianca Fersini Mastelloni, Amministratore Delegato di Polytems Hir

10 REGOLE DI BASE PER GESTIRE UNA INVESTOR RELATIONS CRISIS



Benché ogni Investor Relations Crisis sia differente, nella maggior parte dei casi le tattiche usate per calmare il mercato, rassicurare i creditori, placare i media, e parare gli attacchi sono relativamente chiari. Essi possono essere riassunti nelle seguenti 10 regole di base:

1. Comprendere i fatti. La conoscenza è potere, specialmente quando si affronta una crisi. Comprendere i fatti e la situazione – non solo i proverbiali, chi, cosa, dove,quando e perché, che le scuole di comunicazione e di giornalismo hanno insegnato a fissare ma anche come e, più importante, “quali sono le nostre responsabilità in quello che è successo, potevamo evitarlo? Qual è il significato di tutto ciò? La percezione che se ne ha all’esterno, riflette i fatti? Se no perché? E’ difficile spiegare i fatti se non li si conosce fino in fondo. La cosa peggiore che si possa fare è fornire una spiegazione che risulti sbagliata. Anche se l’ errore è stato onesto, la credibilità ne soffrirà, e una brutta situazione diventerà una pessima situazione.


2. Comprendere la vostra audience. Per confezionare il vostro messaggio con proprietà, o per indirizzare i punti rilevanti di una situazione, dovete comprendere gli interessi della variegata audience della vostra società. Gli analisti non sempre hanno gli stessi interessi degli investitori. I giornalisti possono avere un focus totalmente differente, come probabilmente, i dipendenti, i clienti e la rete di vendita. Comprendere il complesso di opinioni dell’audience vi aiuterà a comunicare meglio il vostro messaggio.

3. Comunicare con gli interlocutori-chiave di tutte le vostre audiences. Questa regola parla da sola. Se una audience è importante ed ha un interesse per la vostra società parlate con essa. Niente alimenta la paura , o fortifica i rumors , come l’incertezza, e niente rinforza l’ansia che qualcosa sia peggiore di quanto sembri che il silenzio.

4. Essere proattivi. E’ quasi sempre meglio attivarsi fin dall’inizio di un problema che tenersi distanti fino a che esso raggiunge proporzioni estreme. Le cattive notizie tendono ad alimentarsi da sole, come una palla di neve che si trasforma poi in una valanga. Identificare il problema, sviluppare una soluzione, e comunicarle entrambe al vostro variegato audience. Se non avete una soluzione immediata, almeno fate in modo che il mondo sappia che avete identificato il problema e state lavorando per risolverlo. Nel mondo globale in cui viviamo che ha una copertura media 24/7 ed in cui gli investitori chattano online, il silenzio è interpretato come un segreto, e segreto significa che avete qualcosa da nascondere.

5. Prepararsi ad ogni evenienza. Nel pianificare di lavorare su una situazione che ha causato il break-out, è necessario chiedersi quali sono i nuovi effetti di questo evento che conviene eventualmente far conoscere alla varia audience della società. Quali sono i peggiori scenari, identificarli e prepararsi per essi.

6. Reagire in modo appropriato. Sebbene sia importante non ignorare mai un problema incipiente, una super reazione ad una qualsiasi situazione può essere altrettanto cattiva o pessima che una mancanza di reazione. Essa spesso può causare una crisi dove prima non esisteva. Nel valutare il problema fate attenzione ai vari “cosa…. se” e reagite di conseguenza. Fate un’analisi rischi-benefici di ciascun punto della vostra reazione all’argomento. Alcune volte, il meno è troppo ed il troppo, non è sufficiente..

7. Parlare con una sola voce. Niente è più importante in una crisi, o nel business in generale, che la credibilità. La credibilità dipende alternativamente dall’onestà e dalla precisione, dalla quale dipende la coerenza. E’ difficile, se non impossibile, mantenere credibilità se diverse persone nella vostra società dichiarano cose differenti. Se avete separato le funzioni di IR e PR, è molto probabile che i due team siano sulla stessa pagina entrambi e ciascuno di loro con il vostro management team.

8. Focalizzarsi sia sulla soluzione che sul problema. Le società spesso emettono comunicati stampa che annunciano l’ampia perdita in cui sono incorsi nell’ultimo trimestre senza dare indicazione su cosa essi stanno facendo per riportare la perdita in un profitto. Molte volte le società parlano di ritiro di un prodotto, ma non indicano cosa stanno facendo per stabilire il problema che c’è dietro. Identificare la soluzione è altrettanto importante per gli investitori che identificare il problema e può diventare più importante.

9. Dare indicazioni sul futuro e non solo sul passato. La Borsa è interessata al passato solo come estensione di quello che credono esso possa riguardare il futuro. La comunicazione di una società dovrebbe sempre avere un focus sul futuro. Questo è essenziale sempre, soprattutto in una fase di crisi.

10. Essere sempre diretti. Essere chiari e diretti vi farà percepire nella maniera migliore e più affidabile. La regola di fondo è dire la verità.

L'ultima indicazione riguarda la costituzione di una task force di gestione della crisi composta oltre che dal top management e dall'Investor Relator, anche di managers chiave della società e consulenti esterni di comunicazione con elevati track record.


Queste brevi 10 regole di base aiuteranno le società a gestire una crisi nell'immediato. Se la vostra società è percepita dal pubblico e dagli shareholders come aperta, onesta ed affidabile, è meno probabile che la sua reputazione sia vulnerabile ad eventi negativi o a rumors. Gli investitori sanno interpretare gli eventi e difficilmente penalizzeranno una società che conoscono e percepiscono come affidabile. E' necessario costruire nel tempo, affidabilità, fiducia e reputazione di Borsa.



Bianca Fersini Mastelloni, Amministratore Delegato di Polytems Hir